Io siamo

Santissima Trinità

Dt 4,32-34.39-40; Sal 32; Rm 8,14 -17; Mt 28, 16-20

Una riflessione sulla Trinità richiede un discorso articolato che nel ristretto tempo di un’omelia è difficile da proporre: per questo non è facile parlarne. Il rischio è quello di un’eccessiva semplificazione.
Proviamo comunque a dire qualcosa, partendo dal fatto che la Trinità, insieme all’Incarnazione, caratterizza il cristianesimo.
Il comando che il Risorto dà ai discepoli di «battezzare le genti nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» non si esaurisce nella celebrazione di un rito, ma nel far conoscere la vita divina e introdurre in essa l’umanità. Possiamo dire che la vita cristiana è un essere introdotti nella vita di Dio, che è comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito.
Nel sunteggiare questa comunione della/nella vita divina, mi torna alla mente una meditazione di molti anni fa, proposta da un prete cuneese, don Gianni Beraudo, che già allora, nel 1992, si confrontava con la malattia della sclerosi. Nella meditazione, don Gianni di soffermò sulla Trinità come espressione dell’affermazione evangelica: «Dio è amore».

Per dire questo utilizzò due immagini: la prima, cara alla tradizione Ortodossa, era quella della «Pericoresi»: cioè, la vita trinitaria come danza festosa.
Un modo un po’ poetico di dire la cosa, mi sembrò allora, anche se ero colpito che ad usare quell’immagine era un discepolo di Gesù per il quale la vita non si prospettava come una danza festosa, ma come progressiva limitazione dei movimenti.
La seconda immagine rimandava ad una famosa marca di abbigliamento che in quel tempo per pubblicizzare i suoi prodotti usava l’espressione: «Io siamo». Quest’espressione sgrammaticata possiamo utilizzarla anche noi per dire la Trinità: «Io siamo».

Uno dei peccati che gli adulti confessano raramente è quello dell’invidia. L’invidia è legata alla differenza: la differenza da me dell’altro mi dà fastidio, perché sovente porta alla luce i tuoi limiti, le tue carenze.
La rivelazione cristiana è il narrare un Dio che non è solitudine e che in sé stesso è senza invidia. Da tutta la narrazione biblica, è impossibile immaginare il Padre invidioso del Figlio e un Figlio invidioso del lavoro dello Spirito.
E se l’uomo è creato ad immagine di Dio, allora come umanità siamo chiamati alla relazione, non alla solitudine e ad una relazione non invidiosa delle differenze presenti in una base umana comune (nascere, crescere, amare, lavorare, morire … ).

Nella prima lettura c’è un invito a scorgere una bella notizia: «Dio ha parlato e quella voce non ha ucciso l’uomo, anzi lo ha fatto vivere». Infatti, Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo; ma lo ha mandato inerme e debole, come spogliato della uguaglianza con Dio e di ogni gelosia (Fil 2,6 s.), perché l’uomo potesse riconoscere che la «superiorità» di Dio non schiaccia la nostra fragilità.
E perché la testimonianza misericordiosa del Figlio possa essere accolta dall’uomo, il Padre offre anche la testimonianza dello Spirito che lavora nel cuore dell’uomo perché le differenze non siamo fonte d’invidia ma di comunione.
La Trinità è l’immagine della danza armoniosa, dell’integrazione, della totale realizzazione che avviene nell’incontro e nel dialogo di amore. Questo è il messaggio che i discepoli sono chiamati a portare nel mondo, con la parola e con la vita.

Missione impegnativa. Per questo la promessa del Risorto ai discepoli che stanno per muovere i primi timidi passi non poteva che essere: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Si chiude così, com’era iniziato, il vangelo di Matteo: con il richiamo all’Emmanuele, al Dio con noi, nome con il quale il Messia era stato annunciato dai profeti (Mt 1,22-23).

Il Dio nel quel come cristiani crediamo non è lontano, non sta in cielo, insensibile al patire umano. Egli è il «Dio con noi», che sta al nostro fianco ogni giorno, fino a quando ci avrà accolto tutti nella sua casa, per sempre.

 

 

 

Immagine: Henri Matisse, La danza II (1910).