«È fuori di sè»

X domenica del Tempo ordinario

Gn 3,9-15; Sal 129; 2 Cor 4,13-5,1; Mc 3,20-35

 

Oltre alla folla e agli scribi, intorno a Gesù vi sono anche i discepoli e i parenti.

Proprio questi ultimi avrebbero dovuto riconoscere più facilmente l’importanza della persona e della missione di Gesù: sono i «suoi», appunto. Eppure…!

Ma per onestà, va detto che la traduzione di questi due versetti presenta qualche difficoltà: l’espressione «suoi» molto spesso non indica tanto i parenti ma i discepoli, e inoltre, non è chiaro quale sia il soggetto del giudizio su Gesù. Si può intendere il v. 21 in questo modo: «i suoi (discepoli o parenti) sentirono la folla che circondava la casa e uscirono a prenderlo perché (la folla) diceva: È fuori di sé». L’opinione che la gente si è fatta di Gesù spinge i suoi, parenti o discepoli, a intervenire.

Ma che cosa significa «fuori di sé»? Perché Gesù è ritenuto «fuori di sé»?

Forse, più che «fuori di sé» è «fuori dal coro», dalla logica e dalla mentalità comune. Dice parole «altre», si comporta in modo «altro».

Fin dall’inizio, il vangelo secondo Marco racconta Gesù che manifesta la prossimità del regno di Dio con un insegnamento nuovo, autorevole; con il perdono dei peccati, con la restituzione della salute ai malati, con la sua vicinanza ai peccatori. È un agire inconsueto, fuori dalle norme usuali. Un agire che desta interrogativi, che infastidisce poiché scardina ogni frontiera tra sano e malato, tra giusto e peccatore. È la rivelazione dell’amore folle di Dio, così folle da inviare il Figlio a mescolarsi con le gioie e i dolori dell’umanità. «Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini», dirà Paolo (1Cor 1,25).

Stoltezza verrà giudicata quella passione d’amore che giunge fino a donare la vita sulla croce. Stoltezza viene giudicata oggi al pari di ieri quella passione che spinge i discepoli ad essere testimoni dell’Evangelo là dove vivono, confondendo i sapienti secondo il mondo, denunciando l’ingiustizia e i soprusi, svelando l’ipocrisia, anche quella religiosa, e scegliendo di condividere le sorti degli ultimi, dei piccoli, di quelli che non contano nulla agli occhi del mondo.

Nel corso della storia, vi furono uomini e donne credenti che assunsero le sembianze di malati di mente per meglio contestare e annunciare il vangelo scardinando un sistema di falsità. Sono i cosiddetti «folli in Cristo» che comparvero dapprima nell’Oriente cristiano e si moltiplicarono in seguito soprattutto in Russia. Ma gesti da folle in Cristo sono presenti anche nella tradizione cristiana occidentale; basta pensare a certi gesti di Francesco di Assisi. Del resto, come osservava il teologo Olivier Clément, «il semplice fatto di tentare di essere cristiani non è forse da sempre una follia?».

Abba Antonio, monaco nel deserto egiziano nel IV secolo, diceva: «Verrà un tempo in cui gli uomini impazziranno e, vedendo uno che non è pazzo, lo assaliranno dicendogli: ‘Sei pazzo!’, per il solo fatto che non è come loro» (Detti dei padri, Serie alfabetica, Antonio 25).

La fede comporta sempre una qualche forma di «essere fuori di sé», perché richiede che ci si affidi a una forza che non viene da noi e che è opposta a quella della potenza delle tenebre. Scambiare l’una per l’altra equivale a consegnarsi alla perdizione, qualunque cosa questo termine voglia dire.

Ieri, come oggi, ci si difende dalla «provocazione» che il comportamento di Gesù costituisce. Le sue parole e i suoi gesti inquietano le nostre certezze e abitudini. Si cerca quindi di delimitare, circoscrivere, definire e alla fine giudicare Gesù. E si nega così lo Spirito.

Il peccato imperdonabile, quello contro lo Spirito, è il peccato contro le evidenze. Imperdonabile è proprio quell’uomo che si ostina a ripetere sentenze e giudizi che vede non buoni ma ai quali non riesce a rinunciare.

Vedere e non riconoscere: e così i gesti che Gesù compie per liberare dal male, vengono letti come operazioni di magia destinate a sedurre. Non si rendono conto, gli specialisti del diritto religioso (gli scribi), che invece è arrivato il «più forte» che vince anche Satana.

Il radicale fraintendimento in cui la potenza dello Spirito viene scambiata per astuzia diabolica, è peccato imperdonabile.

 

 

Immagine: Jean-Antoine Watteau, Gilles, 1719.