Il seme cresce da solo

XI domenica del Tempo ordinario

Ez 17,22-24; Sal 92 (91); 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

 

La crescita del regno di Dio si può accelerare?

La parabola che costituisce la prima parte del vangelo di questa domenica, possiamo leggerla come la risposta che Gesù offre a questa domanda.

Essa è divisa in tre parti, che corrispondono ai tre momenti in cui si svolge il lavoro agricolo: la semina, la crescita del seme, la mietitura.

Quelle in cui si descrive il lavoro del contadino (la prima e la terza), sono ridotte al minimo: «Getta il seme nella terra» (v. 26) e «mette mano alla falce» (v. 29).

Più sviluppata è quella centrale, dedicata al tempo della crescita; a Gesù preme mettere in risalto la forza del seme che, una volta gettato nella terra, cresce da solo. Nella parabola, Gesù non enfatizza l’opera del contadino, ignorando le attività che questi è solito svolgere, anche dopo la semina (per esempio, l’irrigazione dei campi).

C’è un contadino che getta il seme, spargendo ovunque i preziosi chicchi.

Il messaggio evangelico dovrebbe essere diffuso così: a mani larghe, lanciato nella terra, ovunque, e non in un campo definito e ristretto.

Dopo la semina viene per l’uomo il momento in cui cessa il lavoro (vv. 27-28). Giorni e notti si succedono e l’agricoltore dorme e veglia senza poter più intervenire nella crescita. È inutile che si inquieti o si preoccupi, il processo in atto ormai non dipende più da lui; se entra nel campo, provoca solo guai, calpesta e danneggia i teneri germogli. Non deve fare altro che attendere. E nel silenzio, in modo quasi impercettibile, il prodigio: dalla terra spunta il seme.

La descrizione della crescita è accurata: prima compare lo stelo, poi la spiga e infine il chicco maturo. Uno sviluppo che incanta, che non può essere forzato, richiede tempo e pazienza.

L’assimilazione del messaggio evangelico non è immediata; l’opera di trasformazione interiore dell’uomo richiede giorni e anni. Tuttavia, una volta che è penetrata nel cuore, la parola di Cristo mette in atto un dinamismo inarrestabile, anche se lento.

Gli apostoli del vangelo sono sovente toccati dalla tentazione dello scoraggiamento. Si abbattono se non notano subito qualche risultato concreto della loro predicazione. Il messaggio della parabola è rivolto soprattutto a loro. Se sono certi di aver annunciato il messaggio di Cristo, senza confonderlo con la sapienza di questo mondo, devono coltivare l’intima certezza che i frutti verranno.

Il processo di maturazione va rispettato. Chi vuole accelerarlo rischia di sostituire la propria azione a quella dello Spirito e si sa a quali rischi si va incontro con la mancanza di rispetto dei tempi di crescita del seme.

Sono certo necessari l’impegno, l’attività, il lavoro febbrile ma non è da dimenticare ciò che questa pagina evangelica richiama: ci sono momenti in cui è necessario «dormire», saper attendere, sedersi a contemplare stupiti il seme che germoglia e cresce da solo. I frutti andranno certo al di là di ogni previsione.

Anche la seconda parabola (vv. 30-32) è tratta dall’esperienza della vita dei campi. Il contadino vede ogni giorno piccoli semi scomparire nella terra e rinascere per divenire steli, arbusti e anche grandi alberi.

Questo contrasto fra la piccolezza degli inizi e la grandezza dei risultati è ciò che Gesù intende mettere in risalto con questa seconda parabola. La meraviglia derivava dalla constatazione che, da un chicco quasi invisibile, germogliava e cresceva, in una sola stagione, un arbusto che anche oggi lungo le rive del lago di Galilea può raggiungere i tre metri di altezza.

Gesù non intendeva far profezie sui futuri trionfi della chiesa che, sorta da alcuni poveri pescatori, sarebbe divenuta un’istituzione solida, influente nella storia. Lo sviluppo del regno di Dio non si valuta con le statistiche.

Il seme del Regno rimane sempre piccolo e privo della gloria di questo mondo; gli effetti che produce superano invece ogni attesa.

La parabola è un invito a considerare la realtà con gli occhi di Dio.

Gli uomini danno valore a ciò che è grande e a ciò che appare. Gesù capovolge la scala dei valori: «Chiunque diverrà piccolo, sarà il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,4). Messaggio difficile da assimilare, per i più un enigma irrisolto, umanamente assurdo e inconcepibile.

Ma è difficile da accogliere anche per i discepoli. Per questo «in privato, Gesù spiegava loro ogni cosa».

 

 

 

Immagine: un cedro del Libano