Lo stile e l’eleganza della signoria

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

2Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

È da accogliere l’ironia cattiva dell’intestazione della regalità di Gesù, che appare come motivo di scherno sulla testa del crocifisso e dice che non tutti i significati legati alla regalità sono buoni.

Nell’impostazione del vangelo di Giovanni, Gesù la trasforma in ironia buona, mostrando in che modo si esercita la sua straordinaria signoria regale: si prende il ladrone come compagnia fino al Paradiso.

Gesù è un Signore, un re, che si è conquistato il diritto di proclamare l’essenza e la verità di ogni signoria. Proclama che si è veramente signori, re, quando si serve la causa di Dio mettendo tutta la propria passione nel riscatto e nella riconciliazione degli esseri umani. Ogni volta che questo accade, lì risplende la giustizia di ogni potere e la signoria di Dio.

Non ci si aspettava che l’autorità divina arrivasse a conquistarsi il proprio credito mettendo di mezzo il Figlio e accettando lo scherno delle potenze, pur di smentire in modo radicale la sua estraneità a ogni prevaricazione.

I veri signori, così si pensa, non finiscono in croce. Dio, meno di ogni altro.

Tutti credono che chi ha potere comanda e basta, non cerca di persuadere nessuno, s’impone agli altri e cerca di salvare se stesso. E un po’ tutti finiamo per apprezzare questa potenza, perché pensiamo che sia capace di ottenere risultati vantaggiosi anche per noi.

Si dice che l’autorità è servizio: una bella espressione, vero, ma in questo modo può innescare incertezza e insoddisfazione, incoraggia i trasgressori e lascia perplessi i ben disposti. La forza, la perentorietà dell’imperativo, nonostante tutto, è apprezzata e rassicura. La sicurezza del comando, che dice la distanza, che conferma il potere, premia anche in termini di stima e di rispetto.

«Il Regno di Dio è vicino!»: è l’annuncio iniziale di Gesù. E nelle parabole, il Regno si manifesta nelle parole e nella vita del Signore attraverso il fatto che molte persone, considerate insignificanti, spregevoli, irrimediabilmente perdute, erano accolte con amore, riportate alla vita, restituite in nome di Dio alla dignità della loro speranza. Gesù veniva criticato proprio per il modo spregiudicato con il quale mostrava la Signoria di Dio, per la confidenza che tutti costoro imparavano a nutrire nei suoi confronti: «Mangia coi pubblicani, si mostra disponibile con persone che non dovrebbe frequentare».

Questo dovrebbe essere anche lo stile dei discepoli, nel modo con cui esercitano l’autorevolezza della parola di Dio e nella scelta delle loro frequentazioni.

Riuscire ad essere «signori» persino in croce con il ladrone, pronunciando con asciutta autorevolezza una profezia che ha il sapore di una carezza: «Dove vado io vieni anche tu». Al di là della drammaticità della situazione, è da notare che c’è stile persino in questo. Non una parola di troppo, nessuna retorica: «tu oggi sei con me». Gesù è sul suo trono, e il ladrone è come un dignitario della corona.

Una corona senza diamanti e non si ode nessuna predica di circostanza. Uno stile asciutto, un incanto, a parte il dramma.

Bisogna essere dei «signori» per arrivare fino a dove è arrivato Gesù di Nazaret.

Così come bisogna essere dei «signori» per restare all’altezza di una tale vocazione.

Alla chiesa, alla comunità ecclesiale, non manca certo la generosità e la dedizione/donazione nell’esercizio della carità. Forse, a volte, manca lo stile del Maestro: asciutto, elegante.

È un tratto della verità questa regalità del Signore, nella quale si è chiamati ad esercitarsi.

 

 

 

Immagine: il Cristo regale di Tancrémont (Belgio), conosciuto con il nome del Vieux Bon Dieu (IX sec.).

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