MARIO LUZI
C’era, sì, c’era – ma come ritrovarlo
C’era, sì, c’era – ma come ritrovarlo
quello spirito nella lingua
quel fuoco nella materia.
Chi elimina la melma, chi cancella la contumelia?
Sepolto nelle rocce,
rocce dentro montagne
di buio e grevità –
così quasi si estingue,
così cova l’incendio
l’immemorabile evangelio…
Nella selva oscura della colpa, quale potrà essere il primo passo da fare per venirne fuori? Chi potrà eliminare la melma, cancellare ciò che ha offeso una promessa? Sarà anzitutto necessario riconoscere l’immemorabile evangelio nascosto sotto la melma o sepolto nelle rocce, onde farne sprigionare l’incendio del perdono. Rimuovere ciò che inquina le sorgenti del cuore, ciò che addormenta quello spirito nella lingua / quel fuoco nella materia, dice Luzi. Il peccato che seppellisce l’invisibile fiamma, laggiù in fondo, fiamma di speranza destinata a covare in attesa di essere risvegliata.
OLGA SEDAKOVA
Brucia, invisibile fiamma
Brucia, invisibile fiamma,
altro di me non occorre.
Il resto tutto toglieranno.
E se no, chiederanno per favore;
e se no, disfarò da me medesima, per la noia e l’orrore.
Come stella sulla culla,
come scolta in fitto bosco,
dondolando la catena,
brucia fiamma non veduta.
Tu lampada, il tuo olio le lacrime,
incrinatura del gelo del cuore,
sorriso di chi se ne va.
Tu brucia, ridai la novella
al Dio dei cieli: il Salvatore ancora ricordano in terra,
del tutto ancora non dimèntichi...
La poetessa Olga Sedakova dice che c’è una fiamma invisibile.
Ossimoro potente, questo, perché la fiamma è ciò che mostra luce, che nel buio rende visibile sé stessa e ciò che la circonda.
Ma la Sedakova parla di una fiamma invisibile, non veduta, forse perché è interiore, se non intima. Una fiamma alimentata dalle lacrime. Potrebbe venire meno tutto (a causa degli altri, della vita, o forse per la noia e lo sconforto che abitano il cuore), eppure quella fiamma vorrebbe perdurare. La fiamma della fiducia, che orienta (come scolta in fitto bosco), che rasserena e benedice (come stella sulla culla). E nel fremito di quella lingua di fuoco è il Dio dei cieli a parlare. Anche nel tempo più cupo, la fede trova ragioni nella memoria della vicenda di Gesù (il Salvatore ancora ricordano in terra) di uomini e donne che confidano in Colui che ancora ridà la novella. Parola che trasfigura.
EMILY DICKINSON
Io vivo nella possibilità (n.657)
Io vivo nella possibilità,
una casa più bella della prosa,
di finestre più adorna,
e più superba nelle sue porte.
Ha stanza simili a cedri,
impenetrabili allo sguardo,
e per terra la volta
perenne del cielo.
L’allietano visite dolcissime.
E la mia vita è questa:
allargare le mie piccole mani
per accogliervi il Paradiso
Emily Dickinson trascorre gran parte della sua vita nella casa in cui è nata. Dalle finestre vede il giardino, e quello è tutto lo spazio di cui gode. Eppure, dice, per quanto angusti siano gli ambienti in cui mi muovo, la mia poesia li dilata all’infinito, le mie stanze diventano grandi, ampie come il dispiegarsi dei cedri, e il cielo si stende come unico mio tetto.
Quando l’ispirazione tocca la poetessa, le sue piccole mani si aprono, si spalancano al Mistero, che preme per entrare come debordante giardino. ‘Paradiso’ nelle lingue antiche corrisponde a ‘giardino’.
L’esperienza della Dickinson ci mette a contatto con certi snodi della vita in cui ci scopriamo visitati. Qualcosa accade, una silenziosa forza bussa, e si spalancano nuove possibilità, un altro modo di vivere.
Come per la samaritana.
Forse non cambieranno gli ambienti in cui si sperimentano le relazioni, magari le persone rimarranno quelle. Emily non si muoverà da quella stanza, ma cambierà il modo di abitare quegli spazi e quei tempi.
JOHN MILTON
Sulla sua cecità
Quando considero come la mia luce sia spenta,
anzi la metà dei miei giorni,
in questo vasto mondo oscuro,
e quell’unico talento, cui nascondere è morte,
rimasto presso di me senza frutto,
sebbene più desiderosa l’anima mia
di servire con esso il mio Fattore
e presente il mio conto fedele,
affinché non ritorni a rimproverarmi;
“Negata la luce, esige Dio la mia quotidiana fatica?”
chiedo insensato.
Ma pazienza, per far tacere quella mormorazione,
subito risponde: “Dio non ha bisogno
né dell’opera dell’uomo, né dei suoi doni. Coloro che
meglio sopportano il suo mite giogo, meglio lo servono.
La sua potenza è regale. Messi a migliaia
si affrettano a un suo cenno,
e corrono senza posa la terra e l’oceano:
anche coloro servono che solamente si stanno ed aspettano”.
Il poeta inglese John Milton venne colpito da cecità all’età di quarantaquattro anni. Cecità che cominciò a farlo sentire inutile e il cammino di accettazione fu lungo e faticoso. È in questo travaglio che Milton scrive un sonetto dal titolo Sulla sua cecità. Milton sa che gli verrà chiesto conto del talento che gli è stato affidato, ma che cosa può fare ora? È un poeta cieco. Il poeta canta quel che vede, per aiutare gli altri a vedere, ma lui non vede.
Il poeta inglese sente in lui la potenza della parola, ma dall’altra sente anche la voce della disperazione.
A rispondergli è la Pazienza, che lo rassicura sul fatto che tutti gli uomini, anche coloro che si stanno ed aspettano, che non possono più correre di qua e di là, immobili per le circostanze della vita, sono servitori di Dio.
Anche il cieco che non può scattare ai comandi come gli altri, può esprimere al Re la sua devozione. Ritto in piedi, in attesa di quello che la vita farà maturare in lui. La Parola sorge nel poeta cieco per dirgli: “Io sono con te”. La tua cecità non ci separa. Se la tua luce è spenta, vieni a cercarmi nel fondo di quel buio, dove riposa il tuo carisma di poeta, la tua ricchezza. Io sono la tua ricchezza, io sono la tua parola.
Ci sono molti modi di servire il gran Re, ci sono molti modi di vivere; se non puoi correre e agitarti, sii di quelli che si stanno ed aspettano.
MARIO LUZI
Di che è mancanza questa mancanza
Di che è mancanza questa mancanza,
cuore,
che a un tratto ne sei pieno?
di che? Rotta la diga
t’inonda e ti sommerge
la piena della tua indigenza…
Viene,
forse viene,
da oltre te
un richiamo
che ora perché agonizzi non ascolti.
Ma c’è, ne custodisce forza e canto
la musica perpetua… ritornerà.
Sii calmo.
Ci sono dei momenti della vita in cui, a volte per ragioni evidenti, altre volte per ragioni che non ci sono date o che non riusciamo a mettere a fuoco, dove ci sentiamo sommersi da una mancanza, da un senso di vuoto. Ma mancanza di che cosa? Si chiede il poeta Luzi. E ci si domanda: che cosa di vitale mi è venuto meno, mi è venuto a mancare?
Si ha percezione che tutto ciò che entra nel cuore, non può minimamente colmarlo, soddisfarlo. E poi giunge anche la morte che rende più immenso il senso della mancanza. Non è forse proprio questa la nostra esperienza? Le gioie più belle, più grandi, che sembrano appagare il desiderio, hanno sempre una durata. Poi la percezione del vuoto, di uno spazio non riempito torna a farsi sentire, acuta, dolorosa: «Signore, se tu fossi stato qui».
Viene, forse viene, da oltre te un richiamo che ora perché agonizzi non ascolti.
Non lo ascolti, ma c’è. Viene, da oltre te un richiamo: «Levate la pietra». La musica perpetua… ritornerà. Sii calmo.
TUROLDO DAVID MARIA
La notte del Signore
«Ed ora a noi due», avanti
di aprire per l’estremo
giudizio le carte:
anche Tu
inoltrandoti ormai nella Notte
…
solo
anche tu con la mole
del mondo sul cuore;
solo
sotto la cupa volta del cielo,
un cielo ancor più assente
e sordo
e lontano…
Perfino gli olivi piangevano
quella Notte...
E dicevi:
«Padre, se è possibile…». Così
da questa ringhiera
quale un reticolato da campo
di concentramento, iniziava
la tua Notte.
Si è levata la più densa Notte
sul mondo: tra questa
e l’altra preghiera estrema:
«Perchè, ma perchè, mio Dio…»
Notte senza un lume: disperata
tua e nostra Notte. «Perchè…?»…
Torna ora dai campi e il suo corpo è un fascio solo di profumi. La gente ha preparato i vasi ai davanzali e ora si affaccia alle porte. Per l’attesa dell’imminente rito si ammantano i prati e al suo passaggio sorridono gli olivi. Il duello è iniziato. Ormai si è inoltrato da solo nella Notte, solo sotto una cupa volta del cielo, un cielo ancora più assente e sordo e lontano; lacrime e sangue. Anche gli olivi, dopo aver sorriso, piangevano quella Notte: «Se è possibile…». Notte senza lume: «Perché…?». E nessuna risposta è venuta. L’urlo si spandeva nel cielo cupo e sordo. Un cielo – almeno allora – vuoto, squarciato dal tuo grido. Anche Tu finivi con la certezza di essere un abbandonato, e hai gridato il perché di tutti i maledetti, appesi ai patiboli. Credere in Lui e dubitare di Lui, dire a tutti che ti ama, e consumarti di amore, e sentire che sei abbandonato. «Nelle tue mani…»: pur perduto dentro l’abisso del Nulla ancora credevi? Sappiamo che fosti esaudito e Resurrezione, non altro, è la risposta. Ma ancora compatta sale sul mondo la Notte. Ma se di tanta grazia riveste i gigli del campo e l’erba che al mattino fiorisce e a sera è già arsa non può non usarti pietà. Un’alba in abito da sposa: sta forse per sorgere il nostro giorno? Tutti e due usciamo insieme, Signore, dalla notte.
