Epifania

Notte, la notte d’ansia e di vertigine
quando nel vento a fiotti interstellare,
acre, il tempo finito sgrana i germi
del nuovo, dell’intatto, e a te che vai
persona semiviva tra due gorghi
tra passato e avvenire giunge al cuore
la freccia dell’anno… e all’improvviso
la fiamma della vita vacilla nella mente.
Chi spinge muli su per la montagna
tra le schegge di pietra e le cataste
si turba per un fremito che sente
ch’è un fremito di morte e di speranza.

In una notte come questa,
in una notte come questa l’anima,
mia compagna fedele inavvertita
nelle ore medie
nei giorni interni grigi delle annate,
levatasi fiutò la notte tumida
di semi che morivano, di grani
che scoppiavano, ravvisò stupita
i fuochi in lontananza dei bivacchi
più vividi che astri. Disse: è l’ora.
Ci mettemmo in cammino a passo rapido,
per via ci unimmo a gente strana.

Ed ecco

il convoglio sulle dune dei Magi
muovere al passo dei cammelli verso
la Cuna. Ci fu ressa di fiaccole, di voci.
Vidi gli ultimi d’una retroguardia frettolosa.
E tutto passò via tra molto popolo
e gran polvere. Gran polvere.

Chi andò, chi recò doni
o riposa o se vigila non teme
questo vento di mutazione:
tende le mani ferme sulla fiamma,
sorride dal sicuro
d’una razza di longevi.

Non più tardi di ieri, ancora oggi.

Mario Lui, Onore del vero, 1957

La fine di un anno e l’inizio del nuovo è di solito tempo di bilanci.

Il poeta Mario Luzi, quarantenne all’epoca della stesura di questi versi, scritti l’ultimo dell’anno, medita su questa età di mezzo che si bilancia tra un passato non ancora del tutto archiviato e un futuro indecifrabile: ecco allora l’ansia e la vertigine del primo verso. La notte viene a significare l’incertezza, il buio nel quale non ci si può muovere. Ma c’è anche un barlume che può indicare la strada: il seme che muore per dare frutto è il segnale che mostra l’uscita da quell’oscurità.

E allora il viaggio è quello dei Magi verso la grotta di Betlemme: la sapienza che si mette in cammino per onorare la Verità e la Vita. Il poeta si unisce simbolicamente a questo convoglio, raccontato da Matteo (2,9-12).

La Luce che si manifesta è la sicurezza, anche le mani diventano salde al suo chiarore. Duemila anni fa, come oggi.

L’affidamento all’Atteso – piuttosto che alla propria presuntuosa santità – l’affidamento alla sorpresa e allo spiazzamento, a un giudizio sulla propria vita esterno al proprio io, è la maturazione ultima dell’attesa. Significa ricavare un minimo spazio nella stanza ingombrata delle proprie preoccupazioni: magari anche solo uno sgabello o una fessura della porta, o delle persiane.

Sgombrare il proprio io per far spazio all’Atteso.

E al suo apparire potrà scoccare la meraviglia. Il frastuono quotidiano si smorza in un balbettare confuso e infantile, come quello di Giovanni Testori, sgomento al punto di non osare pronunciare ciò che vede:

«Cri, va

criverà,

tracrà, jeserà.

Cri! Crerà! Sacrà!

Cri! Estocrì!

La paro… Cri!

Amacri, Matacrì! Srasacrì.

Stascarì! Jesecrì!

Scrigerè…

Dai la pa! Gesscristò!

Gescristè. Cruxcrirè. Teocrerà.

Vatacri. Jedescrì.

Crisscorè. Jesusgè. Jesursì.

Gesicrè. Gesustòs.

Stoscrisgè. Gescrirè. Grisgesè.

Gesucriì! Cristocrì! Gesugè!

Gesucrè! Gesustòs! Gristosgè.

Grisgiusè. Gestu Cri.

Tu il cri….

Il miracolo è vedere uno spazio ampio in ciò che sembra ristretto da un orizzonte spaziale e temporale. La fede è la luce che illumina da dentro le cose e le fa essere uniche.

E cosa c’è di più piccolo – sia nel tempo che nello spazio – di un neonato? Sarà per questo che continuiamo a incantarci alla nascita di un bimbo?

«Alla nascita d’un bambino / il mondo non è mai pronto», annota la Nobel polacca Wislawa Szymborska.

Dev’essere per questo che, anche quest’anno, si torna a festeggiare il Natale. Non siamo ancora pronti. Eppure attendiamo. Un Bambino viene. E s’infila nelle case anche non atteso, anche senza bussare. Mancanza di buona educazione?

I neonati non ne hanno ancora, per fortuna…

 

Pare ci sia in giro Dio, stamane


entra senza chiedere permesso


né bussare in ciò che resta

 

del mio monolocale, e chi


se lo aspettava, mi dico,


proprio adesso…


È una luce troppo chiara e amara

 

irreale limpida e sfuggita


tra nubi come macchie


sul cielo che è uno straccio


allo stremo teso sulle case

 

È a suo agio, comincia a camminare


a luminosi passi silenziosi


sopra il pavimento a scivolare


tra scarpe, libri, fogli, fotocopie, un mucchio

 

sparso di CD per terra e poi si siede


sulla sedia e mi vergogno


degli abiti che fanno una catasta colorata


cresciuta a dismisura in questi giorni…

Luce di Chiara De Luca, da La coda della galassia

Calendario dell’Avvento

 

Verrà come la caduta

dell’ultima foglia.

Una notte quando il vento

di novembre

ha scorticato gli alberi fino all’osso,

e la terra

si sveglia soffocando nella muffa,

la morbida piega

del sudario.

Verrà come il gelo.

Una mattina quando la terra

che si restringe

si apre sulla nebbia, per ritrovarsi

bloccata nella rete

di una bellezza sconosciuta,

affilata come spada.

Verrà come il buio.

Una sera quando il sole rosso

fiammante

di dicembre tira su il lenzuolo

e copre il suo occhio

come una moneta

per mietere

i campi di cielo innevati di stelle.

Verrà, verrà,

verrà come pianto nella notte,

come sangue, come rottura,

non appena la terra si contorce

per liberarlo.

Verrà come un bambino.

Rowan Williams 

Dall’imagine tesa

 

Dall’imagine tesa

vigilo l’istante con imminenza di attesa –

e non aspetto nessuno:

nell’ombra accesa

spio il campanello

che impercettibile spande

un polline di suono –

e non aspetto nessuno:

fra quattro mura

stupefatte di spazio

più che un deserto

non aspetto nessuno:

ma deve venire,

verrà, se resisto,

a sbocciare non visto,

verrà d’improvviso,

quando meno l’avverto:

verrà quasi perdono

di quanto fa morire,

verrà a farmi certo

del suo e mio tesoro,

verrà come ristoro

delle mie e sue pene,

verrà, forse già viene

il suo bisbiglio”.

Clemente Rebora

Io brucio e non ho tregua nel mio ardore

Io brucio e non ho tregua nel mio ardore

né chiedo.

Io sono sola nel deserto

del mio amore.

E tu lontano

nascosto nei tuoi cieli.

Ma ti sento venire

come il vento

quanto più taci.

Solleverai la sabbia

col tuo grido,

sarai con me una cosa sola:

turbine che risale nell’altezza

e colonna di fuoco.

 

 Elena Bono, da Incendio di Varsavia

La chiesa vuota 

Avevano sistemato questa trappola di pietra
per lui, adescandolo con candele,
come se dovesse arrivare a guisa di enorme falena
uscendo dal buio per sbattere là.
Ah, egli aveva bruciato se stesso
prima nella fiamma umana
ed era sfuggito, lasciando la ragione
lacerata. Non verrà mai più
alla nostra esca. Perché, allora, io rimango in ginocchio
sfregando le mie preghiere su un cuore
di pietra? È nella speranza che una
di loro prenda ancora fuoco e getti
sui suoi muri illuminati l’ombra
di qualcuno più grande di quanto io possa capire?

S. Thomas, da Frequencies