Tacere

Gli esseri umani sono capaci di tacere! È un’attività elementare dell’anima. Anche nella natura si trova alternanza di suoni e di silenzi. Ma una persona che tace non è semplicemente un vivente che non emette suoni. È un’anima che cerca una nuova posizione in cui collocarsi nell’universo.
Di fronte alla sofferenza altrui spesso si giunge a tacere. Quando una persona muore o soffre terribilmente, si fa silenzio. Così anche davanti a gesti di umanità, si riconosce che il modo migliore per onorarli è non aggiungere parole. Di fronte ai grandi interrogativi, dopo il cammino lungo delle parole, dei discorsi, dei ragionamenti, si giunge ad un tacere maturo, che non è pigrizia mentale, superficialità, rassegnazione.
Tacere è un punto di arrivo, non un punto di partenza. Per la ricerca intellettuale, per i tentativi di dialogo con le persone, per l’assunzione delle responsabilità. C’è un silenzio pigro e colpevole, complice dell’ignoranza e dell’ingiustizia, che copre cattiverie e abusi. Al contrario c’è un silenzio maturo, consapevole del limite proprio e della vastità del mistero su cui ci affacciamo. Giungere a tacere vuol dire disporsi a riprendere l’azione e la parola con minori imprudenze e spavalderie, più consapevoli di quanto possiamo e non possiamo compiere.
Certamente nel tacere c’è un congedo, un distacco da quanto si è detto e fatto precedentemente. Richiede libertà interiore e distacco dal passato, autocorrezione e conversione. Procura sofferenza e disorientamento iniziale. Ma tacere è necessario per ascoltare nuove voci, per sviluppare nuova sensibilità, per riconoscere le orme del mistero di Dio nella storia del mondo.
«Mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non replicherò, due volte ho parlato, ma non continuerò» (Gb 40,5).